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JOHN RUSKIN E LA MUSICA ATTRAVERSO L’ARTE FIGURATIVA. A cura di Eduardo Ciampi e Alessandro Di Adamo. Edizioni Discendo Agitur, Roma 2020

John Ruskin (1819-1900) fu un raffinato scrittore, coltissimo pensatore di arti visive e sostenitore della pittura di William Turner che tanto esaltò. Fu anche osservatore erudito di città, di architetture, iniziatore di un originale concetto di restauro, dove l’antico, il vecchio immerso nel paesaggio non è più l’incomodo o il vezzo pittoresco, ma è il “volto amato della Patria” (la conoscenza dei scuoi scritti permisero l’attuazione in molti Paesi Europei compresa l’Italia giolittiana di leggi a difesa del patrimonio ambientale e culturale), è dominio non più metaforico, è l’autentico sigillo del vissuto come il riflesso e l’identico dell’ethos: un valore fatto di memoria e di persistenza morale. Un’adesione al pensiero ideale per quell’epoca ma funzionale alla polemica contro il credo utilitaristico della civiltà “industrializzata” dell’Europa dell’Ottocento, ormai dimentica dei valori spirituali, in cui le arti sembravano essere l’ultimo appiglio per la salvezza. Una visione estetica coniugata all’etica, un modo del pensare e dell’agire in cui l’arte assolve quel principio platonico di Maestra di vita prima ancora di essere mera attività di diletto.

A tutto questo però mancherebbe un aspetto del tutto inconsueto e sconosciuto all’ermeneutica ruskinina che potrebbe svelare una visione estetica ancora più estesa e radicale. È quel luogo d’incontro tra gli ambiti sensoriali e metafisici della vista e dell’udito da cui scaturiscono riflessioni sull’arte della musica, sul ruolo edificante cui attende la stessa pratica del fare e dell’ascolto musicale.

Ed è proprio a quest’aspetto che la presente pubblicazione è dedicata. Curato a quattro mani da Eduardo Ciampi, traduttore ed esperto di letteratura inglese, e dal musicista Alessandro di Adamo, il saggio, composto da una mirata raccolta di citazioni tratte dall’opus dello scrittore inglese e accompagnata da puntuali riflessioni, vuole cogliere tramite gli afflati spirituali dell’arte ‘immaginifica’ dei suoni quelle relazioni tra le linee, i colori, i respiri di uno spazio vuoto che corrispondono nel linguaggio musicale alle note, le pause, il tempo e le dinamiche. Tesi che sembrano anticipare o meglio preparare, con i dovuti limiti, l’arte di un Kandinskij, dove l’astratto segnala fine di quel lungo cammino dell’arte in quanto imitazione della realtà e si presta a dar “voce” e “suono” alle linee, ai colori, alla superficie: vista e udito aprirebbero così sentieri inesplorati nello spirito umano. Ma la cultura moderna piuttosto che allo spirito cedette alla scienza della psiche, alle provocazioni, alle dissacrazioni; similmente ciò avvenne all’avanguardia musicale, suggestionata dalle stesse teorie del pittore russo, che presto declinò su fronti ideologici insieme a un rigido e totale estraniamento.

Il grande impianto del pensiero di Ruskin sembra sì anticipare tali teorie, ma le radicalizza e perfino le sacralizza (si pensi al tentativo artigianale di Art and Craft), senza alcuna languida nostalgia del passato e senza cedere alle suggestioni disgregative dell’arte moderna. È un monito continuo a favore dell’autenticità, dell’incontaminato, in cui si nega ogni forma di forzatura artificiosa, superflua ed espressiva, laddove invece “il dono dell’arte è di per sé soltanto il risultato del carattere morale di generazioni”. Così la musica, già avvantaggiata per sua natura a svincolarsi dal reale – e forse ancor di più dell’arte visiva – è “Maestra di perfetto ordine, è la voce obbediente degli angeli, e compagna del corso delle sfere celesti”. No, non sono visionari voli romantici; in Ruskin non c’è l’ineffabile e struggente sehnsucht né tantomeno il leopardiano desiderio inafferrabile del mondo. Tutt’altro, vi è il monito etico che accompagna l’estetico senza che quest’ultimo cada nel vizio, nell’apparenza, nel puro compiacimento pur di re-esistere a un mondo in disfacimento. Da qui il rimando perentorio a una morale del sentire (in senso uditivo): “Tutta la musica non può che essere sacra”: un richiamo per nulla dogmatico, semmai un mistero di insondabili orditi fatti di silenzi, di sottili sfumature colte immediatamente dal nostro spirito, il quale è riflesso dell’Ente, è terra fertile del Trascendente.

La lettura di questo breve saggio risulterà di certo assai agile e appetibile tanto al musicofilo quanto all’appassionato d’arte o a chi vuole indagare nell’ambito filosofico dell’estetica. Ma al di là di suggestioni speculative, non possiamo però ignorare, restando fedeli all’attenta prassi sistemica del pensiero di Ruskin, quanto le sue parole riescano a scuotere le coscienze e la nostra sensibilità nel voler riconsiderare non solo il significato originario della musica e delle arti in generale, ma anche il destino cui esso sembra orientarsi nell’incertezza dei nostri tempi.

Roma, 16/7/2020

Mino Freda

ISBN: 978-88-96540-26-8 | PAG. 172 | GENNAIO 2020 | DISCENDO AGITUR | EURO 10,00

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